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L’HARBAR – LA PESTE DEI NEURONI

L’HARBAR – LA PESTE DEI NEURONI
febbraio 18
15:51 2016

L’HARBAR – la peste dei neuroni

È la progressiva destabilizzazione dei neuroni del cervello. Un morbo che stimola il folle desiderio di uccidere e di uccidersi.

Una anomalia neuronica dovuta principalmente all’irreversibile inquinamento radioattivo causato dagli esperimenti nucleari e dalle varie scorie di centrali ed altro, dall’inquinamento chimico e fisico del nostro habitat (aria-acqua-terra), dall’inquinamento dei nostri cibi, i quali sono adulterati da componenti cosiddette industriali-artificiali (additivi, coloranti, conservanti, ecc.), dall’inquinamento psichico causato dalla droga… ecc.

Tutti questi fattori inquinanti che noi uomini abbiamo provocato, creano un’alterazione o disquilibrio, nei neuroni dei nostri cervelli provocando lo sconvolgimento delle frequenze delle onde cerebrali e quindi, una pericolosissima anomalia che chiamiamo “harbar”.

L’harbar potrebbe innestare un rapido processo negativo nei nostri cervelli, portando la nostra generazione all’autodistruzione. (Vedendo come stanno andando le cose, oserei dire che siamo già ad uno stadio avanzato di degenero.)

Eugenio Siragusa e pochi altri sono stati i più profondi conoscitori, relatori e informatori su questo morbo letale.

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UNA SCONNESSIONE NEURONALE POTREBBE SPIEGARE LA CRUDELTÀ UMANA

Di Jaiza Martìnez

<<Secondo recenti studi la capacità dell’essere umano di commettere atrocità sarebbe attribuibile alla disfunzione di una rete di cellule cerebrali che impedisce di provare empatia verso gli altri.

Gli esseri umani sono in grado di commettere atrocità inaudite e atti orribili, inconcepibili. Perchè? Secondo i risultati di uno studio realizzato da alcuni ricercatori della Duke University e della Princeton University degli Stati Uniti, questo comportamento potrebbe essere scaturito dalla disfunzione di una rete neuronale deputate all’interazione sociale, che non permette di riconoscere gli altri come esseri umani.

Gli autori di questa ricerca affermano anche che la disfunzione si manifesta nel momento in cui l’uomo prova disgusto o rifiuto nei confronti di altre persone ed è il risultato di un processo di disumanizzazione che impedisce all’uomo di vedere nel prossimo un essere con propri sentimenti o pensieri.

Lo psicologo Lasana Harris, direttore dello studio realizzato, ha dichiarato in un comunicato della Duke University: “Quando incontriamo una persona, solitamente ci viene spontaneo dedurre in qualche modo i suoi pensieri. Ma, a volte, questa funzione cognitiva viene meno, e non riusciamo a percepire interamente l’altro come un essere umano.”

Rete neuronale ed empatia  

Negli ultimi anni, la neuroscienza sociale (lo studio simultaneo di due cervelli in reciproca interrelazione) ha dimostrato che nel cervello umano normalmente si attiva una rete neuronale concreta quando vediamo immagini di altre persone o riflettiamo su cosa stanno pensando altri individui.  Questa rete è stata identificata grazie alla tecnologia IRM o di immagine per risonanza magnetica che permette, in maniera non invasiva, di registrare immagini dell’attività cerebrale.

Gli scienziati hanno capito che questa rete di connessioni neuronali è relazionata con la cognizione sociale, facoltà grazie alla quale possiamo avere determinati pensieri o sentimenti – come l’empatia – interagendo con altri individui.

L’indagine di Harris è stata realizzata in collaborazione con Susan Fiske, un’insegnante di psicologia dell’Università di Princeton specializzata nell’interazione delle impressioni e di come i pregiudizi culturali influenzano i rapporti umani. Lo studio comprendeva un sondaggio che ha coinvolto 119 studenti dell’Università di Princeton con un’età media di 20 anni, che analizzava i giudizi, le decisioni e le sentenze che scaturivano dallo scorrere di immagini di persone.

Risultati ottenuti  

Con questo studio i ricercatori hanno potuto determinare se gli studenti rispondevano emotivamente secondo le aspettative di fronte a specifiche immagini, come ad esmpio: orgoglio alla vista di uno studente universitario o di un vigile del fuoco americano; invidia alla vista di una donna d’affari o di un uomo ricco; compassione di fronte ad un uomo o a una donna anziani, o a una persona disabile; rifiuto nel vedere una donna e un uomo senza fissa dimora, o un tossicodipendente.

Ripercorrendo una giornata qualunque nella vita di queste persone, fu chiesto ai partecipanti di valutare le loro potenziali caratteristiche: la loro capacità affettiva, di responsabilità verso la propria situazione, di controllo sulla situazione stessa, di intelligenza, di autocoscienza, etc.

Gli studenti furono infine sottoposti ad un esame eseguito con la tecnica innovativa IRM che consente di registrare la loro attività cerebrale contemporaneamente al susseguirsi delle immagini.

I risultati ottenuti hanno dimostrato quanto segue: la rete neuronale, chiave per l’interazione sociale degli studenti, non si attivò di fronte ad immagini di tossicodipendenti, senzatetto, immigrati ed altre persone povere.

D’altro canto gli scienziati hanno scoperto che altre regioni cerebrali influivano sulla tendenza a disumanizzare un certo tipo di persone. Queste aree sono risultate quelle deputate al rifiuto, all’attenzione ed al controllo cognitivo.

 

È necessario mettersi nei panni degli altri    

Secondo Harris: “Questi risultati indicano che la disumanizzazione verso gli altri ha radici multiple ed è un fenomeno complesso. È necessario fare nuove ricerche per delineare con maggiore esattezza la complessità del fenomeno.”

Gli scienziati affermano peraltro che è altresì sorprendente constatare come la gente attribuisca facilmente cognizione sociale, vita interiore o emozioni ad animali ed automobili,  ed evita invece di stabilire contatto oculare con i mendicanti senza tetto che incontra per strada.

A questo proposito Fiske segnala che “dobbiamo immedesimarci nel vissuto di altre persone. È questo che ci rende completamente umani”. Nel caso contrario, alimentiamo una disfunzionalità neuronale che favorisce la “percezione disumana” o l’incapacità di considerare la vita interiore degli altri.

Secondo i ricercatori, in una situazione estrema questa sconnessione cerebrale potrebbe spiegare, ad esempio, come la propaganda contro gli ebrei nella Germania nazista abbia contribuito alla tortura e il genocidio di milioni di persone.

I risultati dello studio in questione sono stati riportati in maniera dettagliata dal ‘Journal of Psychology’ con il titolo “”A Psychological Means to Facilitate Atrocities, Torture, and Genocide?” (La percezione disumanizzata: uno strumento psicologico per favorire atrocità, tortura e genocidi?).

Studi precedenti avevano già stabilito il legame tra il funzionamento del cervello e la capacità di relazionarsi agli altri. Teoria convalidata, ad esempio, dalla ricerca condotta nel 2010 da alcuni psicologi dell’Università di Vanderbilt (Stati Uniti) su individui psicopatici, che identificò nei loro cervelli un’attività più intensa se associata a sentimenti di ricompensa o di piacere.

Infatti i psicopatici cercano sempre il proprio beneficio senza importar loro gli effetti o i pericoli che le loro azioni possono provocare negli altri.

Infatti gli psicopatici sono sempre alla ricerca di un proprio beneficio senza tenere in considerazione gli effetti delle loro azioni sulle altre persone o i pericoli che ne possono derivare.

Yaiza Martínez

20 dicembre 2011

Fonte: http://www.tendencias21.net/Una-sconnessione-neuronale-marcire-spiegare-il-crudeltà-humana_a9138.html    >>

http://www.giorgiobongiovanni.it/messaggi-2012/4054-harbar-la-peste-dei-neuroni-del-cervello.html

http://www.eugeniosiragusa.it/index.php?option=com_zoo&task=category&category_id=38&Itemid=137

http://www.giorgiobongiovanni.it/messaggi-eugenio-siragusa/3704-lharbar-peste-dei-neuroni-del-cervello-piu-pericoloso-dellaids.html

 

Autore

Ale in ad 9

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