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La terza crisi

La terza crisi
febbraio 12
09:30 2016

Dall’inizio del 2016 abbiamo visto un nuovo crollo delle borse. Sembra di essere tornati alla situazione di alcuni anni fa, quando la crisi era nel suo momento apicale. Un crollo che vede soprattutto la piazza di Milano al centro di grandi tensioni finanziarie, con le perdite che si aggirano attorno al 25% dall’inizio dell’anno. A cosa stiamo assistendo?

A livello internazionale stiamo assistendo allo scoppio di quella bolla speculativa che si era generata all’inizio del 2014 ed è durata fino a circa la metà dello scorso anno, quando gli indici delle varie borse avevano fatto registrare aumenti che andavano dal 20 al 30%.

Questa è la terza bolla speculativa negli ultimi 8 anni. La prima è stata quella del 2008, legata ai mutui subprime, la seconda, nel 2011, ha interessato soprattutto l’Europa, con la crisi dei cosiddetti debiti sovrani. In seguito la ripresa economica americana e la tenuta dei BRICS, nonostante le tensioni valutarie dovute a processi di svalutazione determinati soprattutto da alcune scelte della Banca centrale giapponese, avevano creato l’illusione che la crisi fosse definitivamente alle spalle.

Oggi questa illusione sta completamente saltando, e lo sta facendo con cifre che mostrano chiaramente una situazione molto preoccupante. La borsa italiana, per rimanere a “casa nostra”, aveva raggiunto un valore intorno ai 535 miliardi di euro (circa il 35% del PIL) ed ora si trova con una capitalizzazione di poco superiore ai 400 miliardi. Sono stati dunque bruciati ben 135 miliardi di euro in poco più di un mese, una quota pari all’8/9% del PIL. Queste cifre servono per spiegare qual è l’impatto quantitativo di questa nuova bolla speculativa.

Come possiamo legare questa bolla speculativa con alcuni processi economici che si sono dati nell’ultimo periodo, in particolare il rallentamento dell’economia cinese e la diminuzione del prezzo del petrolio?

Gli ultimi dati sull’economia cinese indicano un tasso di crescita attorno al 7%. Un tasso decrescente, che comunque è in linea con le previsioni del governo cinese. La cosa più preoccupante non è tanto il dato complessivo del PIL cinese, quanto il fatto che l’indice di produzione manifatturiera è in calo da 3 semestri. Questo ha un effetto-domino particolarmente significativo, perché da anni la Cina ha assunto il ruolo di polmone globale della produzione di merci tangibili. L’effetto negativo a livello globale di questo rallentamento è stato particolarmente importante.

D’altra parte lo sviluppo di tutta l’economia immateriale, ossia tutto ciò che attiene alle cosiddette “produzioni dell’uomo per l’uomo”, pur avendo avuto una crescita oggettiva (ricordiamo che tra le prime 10 multinazionali globali la maggior parte fa capo a questi settori) non è riuscito a determinare fino in fondo un effetto compensativo, perché ci sono difficoltà soprattutto dal lato della domanda. La green economy, che poteva essere la nuova valvola di sfogo del capitalismo mondiale, è ancora in una fase di non decollo.  Anche tutti i settori legati al capitalismo bio-cognitivo non sono ancora in grado di determinare effetti compensativi. L’economia mondiale si trova in una situazione di stallo e questo è uno dei fattori che ha prodotto un cambio di aspettative da parte delle grandi corporation della finanza, soprattutto negli ultimi sei mesi. Ci sono inoltre fattori di carattere “locale”, come lo scoppio della bolla cinese, che ha colpito duramente anche le Filippine, la situazione di forte crisi dell’economia brasiliana, che per la prima volta dopo decenni ha avuto nel 2015 un segno negativo nella crescita del PIL. Si tratta di elementi che hanno fatto da detonatore ad una situazione che era già in una fase critica, per quel che riguarda la crescita dei BRICS.

A tutto questo si aggiunge il rischio di deflazione generalizzato, in seguito al forte calo dei prezzi del greggio, che ha due effetti principali. Il primo è quello di mettere in crisi quelle economie che per anni si sono fondate sullo sfruttamento dei proventi della vendita del petrolio, in particolare quella cinese, russa e brasiliana. Inevitabile conseguenza è il rallentamento del commercio internazionale, dovuto alla diminuzione di domanda ed export, che ha nella Cina il suo principale snodo. Il secondo effetto è la messa in moto di un processo deflattivo e quindi di svalorizzazione della produzione mondiale, che agisce negativamente sulle aspettative dei profitti e della rendita finanziaria. Questo perché la produzione di un valore aggiunto inferiore, almeno dal punto di vista nominale, deprime gli investimenti.

A questo si aggiungono una serie di fattori legati alle politiche economiche. Le politiche monetarie espansive, che sono state adottate dal 2010 in poi proprio per iniettare quella liquidità che lo scoppio delle bolle precedenti aveva bruciato, si sono rivelate utili solamente per le oligarchie finanziarie. Negli Stati Uniti queste politiche se da un lato hanno stoppato la crisi dei subprime, dall’altro non sono riuscite a rilanciare l’economia. In Europa il quantitative easing di Draghi, oltre ad essere partito con estremo ritardo, non ha avuto nessun effetto di rilancio negli investimenti e nella produzione della cosiddetta “economia reale”. Tutta la liquidità immessa dal quantitative easing è rimasta intrappolata nei mercati finanziari, senza determinare un trickle-down verso l’economia reale. Questa è la dimostrazione del fatto che i mercati finanziari sono totalmente autoreferenziali nel momento in cui assumono il comando dell’economia globale.

La conseguenza di tutto questo sulla vita delle persone è stata molteplice, innanzitutto perché si sono acuite le distorsioni e le iniquità di reddito all’interno dei singoli Paesi. Dal punto di vista dell’analisi della domanda , i redditi bassi sono stati fortemente penalizzati perché sono quelli che hanno la maggior propensione al consumo. Il forte calo della domanda interna, registratosi soprattutto in Europa, è stato solo parzialmente compensato dalla crescita della domanda estera, dovuta alla crisi del commercio internazionale che sta caratterizzando questo periodo.

Sempre rimanendo in tema di politica economica, in queste settimane si sta aprendo un dibattito sulla proposta, fortemente spinta da Francia e Germania, della nascita di un cosiddetto “super-ministro delle finanze” europeo. Si tratta di marketing politico o c’è una visione di fondo, da parte della governance neo-liberale europea, di accentrare le scelte di politica economica anche su un piano formale ed istituzionale?

Per analizzare questa proposta bisogna partire dalla considerazione che negli ultimi 20 anni lagovernance privata dei mercati finanziari, ossia la gestione delle convenzioni finanziarie attivate dalle multinazionali che controllano i flussi internazionali, è diventata la punta di comando dei processi di accumulazione e di valorizzazione, a livello nazionale e globale. Le politiche di austerity rappresentano una delle modalità attraverso le quali questa governance è in grado di sviluppare la propria capacità dittatoriale, ed anche la propria violenza. Il tentativo attuale, all’interno della crisi che stiamo vivendo nelle ultime settimane,  è quello di iniziare un processo di ri-settamento della governance finanziaria privata mondiale. I mercati finanziarie e le loro oligarchie hanno costantemente bisogno di ri-settare le convenzioni dominanti, distruggendo liquidità e creando le premesse di nuove forme di accumulazione originaria.

Questo dimostra che la governance finanziaria mondiale è strutturalmente instabile e genera la crisi permanente come condizione per la sua stessa sopravvivenza. Le autorità politico-economiche devono trovare gli strumenti più adeguati per assecondare ed incentivare questa gerarchizzazione del comando finanziario su scala mondiale. Le autorità monetarie ed i ministri delle finanze sono subordinati allagovernance finanziaria privata, ma c’è adesso l’esigenza di costruire una subalternità coordinata e non più sparsa. Ed è proprio partendo da queste premesse che possiamo leggere la proposta franco-tedesca del super-ministro delle finanze.

Le finalità concrete di questa proposta sono due. La prima è quella di influenzare la Banca centrale europea rispetto alle politiche di quantitative easing ed alla gestione della liquidità che queste politiche consentono di creare. La seconda è quella di gestire le situazioni debitorie degli enti pubblici, ma soprattutto del sistema creditizio europea. Quest’ultimo si trova in una situazione di forte difficoltà dovuta alla sofferenza dei crediti, diventati sempre più inesigibili in seguito alla recessione degli ultimi anni. Questo è dimostrato dal tracollo di tutte le borse europee in questa nuova crisi.

Tutto questo deve essere regolamentato. Le nuove regole bancarie europee, che vanno verso l’unificazione del sistema creditizio, hanno una direzione precisa, che è quella della concentrazione bancaria. L’obiettivo è quello di colmare le perdite non più attraverso l’intervento dello Stato, ma attraverso l’obbligo di ricapitalizzazioni, favorite da politiche di concentrazione e di creazione di nuovi assetti proprietari. Il sistema bancario italiano è uno dei più esposti in questo momento, perché ha una dimensione poco internazionalizzata e facilmente scalabile ed è lo specchio di una struttura produttiva poco efficiente ed innovativa.

Sarebbe utile, anche se di questo non se ne parla assolutamente, iniziare a pensare ad un’unione fiscale europea, che potrebbe realmente essere un antidoto a questa situazione. La politica fiscale europea potrebbe essere il vero contraltare alla politica monetaria europea. Ovviamente si tratta di una scelta di carattere politico che andrebbe contro gli interessi delle oligarchie finanziarie e per questo difficilmente attuabile in queste condizioni.

Fonte: www.globalproject.info

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