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“Ballando nudi nel campo della mente”, di Kary B. Mullis

“Ballando nudi nel campo della mente”, di Kary B. Mullis
gennaio 31
21:00 2016

“Quando nel 1984 sentii dire per la prima volta che il francese Luc Montagnier, dell’“Istituto Pasteur”, e Robert Gallo, dell’“America’s National Institutes of Health”, avevano scoperto indipendentemente l’uno dall’altro che il retrovirus Hiv – Human Immunodeficiency Virus – era la causa dell’Aids, accettai il dato come una qualsiasi evidenza scientifica. Il problema non riguardava strettamente il mio settore, la biochimica, e loro erano esperti di retrovirus.

Quattro anni più tardi, stavo lavorando come consulente con gli “Specialty Labs” di Santa Monica: stavamo cercando il modo di utilizzare la “PCR” per individuare i retrovirus nelle migliaia di donazioni di sangue che la “Croce Rossa” riceveva ogni giorno. Stavo scrivendo un rapporto sull’andamento dei lavori, destinato allo sponsor del progetto, e cominciai affermando che “L’Hiv è la probabile causa dell’Aids”. Chiesi a un virologo dello “Specialty” dove avrei potuto trovare elementi che confermassero il fatto che l’Hiv era la causa dell’Aids.

“Non ne hai bisogno”, mi fu risposto. “E’ una cosa che sanno tutti.”. “Mi piacerebbe citare qualche dato”: mi sentivo ridicolo a non conoscere la fonte di una scoperta così importante.

Sembrava che tutti gli altri la sapessero. “Perché non citi il rapporto del Cdc?” mi suggerì, mettendomi in mano una copia del rapporto periodico sulla morbilità e la mortalità del “Center for Disease Control”. Lo lessi. Non si trattava di un articolo scientifico. Si limitava ad affermare che era stato identificato un organismo, ma non spiegava come. Invitava i medici a informare il Centro ogni qual volta si trovassero di fronte a pazienti che presentassero determinati sintomi, e a testarli per individuare la presenza di anticorpi per questo organismo.

Il rapporto non faceva riferimento alla ricerca originale, ma questo non mi sorprese. Era destinato ai medici che non avevano bisogno di conoscere la fonte delle informazioni. Dal loro punto di vista, se il “Cdc” ne era convinto, doveva esistere, da qualche parte, la prova che era l’Hiv a provocare l’Aids. Di solito si considera una prova adeguata dal punto di vista scientifico un articolo pubblicato su una rivista scientifica attendibile. Al giorno d’oggi le riviste sono stampate su carta patinata, piene di fotografie, di articoli scritti da giornalisti professionisti, e ci sono anche foto di ragazze che reclamizzano prodotti che potrebbero essere utili in laboratorio.

A fare pubblicità sono aziende che offrono prodotti utili agli scienziati, o che producono farmaci che i medici dovranno prescrivere. Tutte le riviste importanti contengono pubblicità. E di conseguenza, tutte hanno qualche rapporto con le aziende.

Gli scienziati propongono gli articoli per descrivere le proprie ricerche. Per la carriera di uno scienziato è fondamentale scrivere articoli che descrivano il proprio lavoro e riuscire a farli uscire: non avere articoli pubblicati sulle riviste più quotate è una perdita di prestigio.

Ma gli articoli non possono essere proposti fino a quando gli esperimenti che ne supportano le teorie non siano conclusi, e non siano stati valutati. Le riviste più importanti chiedono addirittura di riportare, direttamente o attraverso citazioni, tutti i dettagli degli esperimenti, in modo che altri ricercatori possano ripeterli esattamente e vedere se ottengono gli stessi risultati.

Se le cose vanno diversamente, questo viene reso pubblico, e il conflitto deve essere risolto in modo che, quando la ricerca verrà ripresa, si sappia con certezza da che punto si riparte. Le più qualificate tra le principali riviste hanno un sistema di revisione. Quando un articolo viene proposto per la pubblicazione, il Direttore lo spedisce in copia ad alcuni colleghi dell’Autore perché lo verifichino: essi sono i revisori. I Direttori sono pagati per il loro lavoro, i revisori no, ma il loro compito gli dà potere, il che fa piacere alla maggior parte di loro.

Feci qualche ricerca sul computer. Né Montagnier né Gallo, né altri avevano pubblicato articoli descrivendo esperimenti che portassero alla conclusione che probabilmente l’Hiv provocava l’Aids. Lessi gli articoli pubblicati su “Science”, che li avevano resi famosi come “i medici dell’Aids”, ma tutto quello che c’era scritto era che avevano trovato, in alcuni pazienti affetti da Aids, tracce di una precedente infezione da parte di un agente patogeno che probabilmente era Hiv. Avevano scoperto degli anticorpi. Ma gli anticorpi contro determinati virus erano sempre stati considerati segno di malattie precedenti non di malattie in corso.

Gli anticorpi indicavano che il virus era stato sconfitto, e il paziente era salvo. In questi articoli non si diceva affatto che questo virus provocava una malattia. Non risultava che tutte le persone che avevano anticorpi nel sangue fossero malate. E in effetti erano stati trovati anticorpi nell’organismo di individui sani.

Se Montagnier e Gallo non erano riusciti a trovare questo genere di prove, perché i loro articoli erano stati pubblicati, e perché avevano discusso così duramente per attribuirsi il merito della loro scoperta?

C’era stato un incidente internazionale quando Robert Gallo del “NIH” aveva dichiarato che un campione di Hiv inviatogli da Luc Montagnier, dell’“Istituto Pasteur” di Parigi, non si era poi sviluppato nel suo laboratorio. Altri campioni raccolti da Gallo e dai suoi collaboratori da potenziali pazienti affetti da Aids, invece, si erano sviluppati.

Basandosi su questi campioni Gallo aveva brevettato un test per l’Aids, e l’“Istituto Pasteur” l’aveva citato in giudizio. Alla fine il tribunale dette ragione al Pasteur, ma nel 1989 si era ancora in una situazione di stallo, e i due istituti si dividevano i profitti. Esitavo a scrivere che “L’Hiv è la probabile causa dell’Aids”, fino a quando non avessi trovato delle prove, già pubblicate, che lo confermassero. La mia affermazione era molto limitata: nella mia richiesta di fondi non volevo sostenere che il virus fosse indubbiamente la causa dell’Aids, stavo solo cercando di dire che era probabile che lo fosse, per motivi a noi noti.

Decine di migliaia di scienziati e ricercatori stavano spendendo ogni anno miliardi di dollari per ricerche che si basavano su quest’idea. La ragione di tutto questo doveva pur essere scritta da qualche parte, altrimenti tutta questa gente non avrebbe permesso che le proprie ricerche si concentrassero su un’ipotesi cosi ristretta.

All’epoca tenevo conferenze sulla “PCR” a un infinità di convegni. E c’era sempre gente che parlava dell’Hiv. Chiesi loro su cosa si basasse la certezza che era questo virus a provocare l’Aids. Tutti avevano una qualche risposta, a casa, in ufficio, o in un qualche cassetto. Tutti lo sapevano, e mi avrebbero mandato la documentazione appena fossero tornati a casa. Ma non mi arrivò mai nulla: nessuno mi mandò mai una spiegazione di come l’Hiv provocasse l’Aids.

Alla fine, ebbi l’opportunità di porre questa domanda a Montagnier, quando tenne una conferenza a San Diego in occasione dell’inaugurazione dell’“UCSD Aids Research Center”, ancora oggi diretto dall’ex moglie di Robert Gallo, la Dottoressa Flossie Wong-Staal. Sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei posto questa domanda senza perdere la pazienza. La risposta di Montagnier fu un suggerimento: “Perché non cita il rapporto del CDC?”. “L’ho letto”, dissi, “ma non risponde realmente alla domanda se l’Hiv sia la probabile causa dell’Aids, vero?”. Montagnier ne convenne: ero molto seccato. Se neanche lui sapeva la risposta, chi diavolo l’avrebbe potuta sapere?

Una sera ero in macchina per recarmi da Berkeley a La Jolla, quando ascoltai, sulla “National Public Radio” un’intervista a Duesberg, famoso virologo di Berkeley. Finalmente capii perché era tanto difficile trovare le prove che mettevano in rapporto l’Hiv e l’Aids: Duesberg affermava che prove del genere non esistevano. Nessuno aveva mai dimostrato che l’Hiv causasse l’Aids. L’intervista durava circa un ora e mi fermai per non perdermi niente.

Avevo sentito parlare di Peter quando frequentavo la specializzazione a Berkeley. Mi era stato descritto come uno Scienziato veramente in gamba, che era riuscito a mappare una particolare mutazione in un singolo nucleotide di quello che sarebbe stato successivamente definito un oncogene. Negli anni Sessanta, era una vera impresa.

Peter andò avanti sviluppando la teoria secondo la quale gli oncogeni potrebbero essere introdotti nell’organismo umano da virus e provocare il cancro. L’idea ebbe successo, e diventò una seria base teorica della ricerca che venne finanziata con lo sfortunato nome di “Guerra al cancro”. Peter fu eletto “Scienziato Californiano dell’anno”. Ma invece di dormire sugli allori, li incendiò.

Riuscì a trovare punti deboli alla sua stessa teoria e annunciò ai suoi stupitissimi colleghi, che stavano dandosi da fare per trovarne la dimostrazione sperimentale, che era molto improbabile che ci riuscissero. Se volevano combattere il cancro, le loro ricerche avrebbero dovuto essere indirizzate in altra direzione. Ma loro, forse perché erano più interessati a combattere la loro povertà piuttosto che il cancro, o semplicemente perché non riuscivano ad affrontare i propri errori, continuarono a lavorare per dieci anni, senza alcun risultato sull’ipotesi dell’oncogene virale.

E non riuscirono a cogliere l’ironia della situazione: più aumentava la loro frustrazione, più se la prendevano con Duesberg per aver messo in discussione la propria teoria e le loro assurdità. La maggior parte di loro non aveva imparato molto di quello che io definisco Scienza. Erano stati addestrati ad ottenere finanziamenti governativi, assumere persone per fare ricerche e scrivere articoli che di solito si concludevano affermando che le ricerche dovevano essere ulteriormente approfondite, preferibilmente da loro, con denaro di qualcun altro. Uno di questi era Bob Gallo.

Gallo era stato amico di Peter. I due avevano lavorato per lo stesso dipartimento del “National Cancer Institute”. Tra le migliaia di scienziati che si erano impegnati inutilmente per assegnare a un virus un ruolo determinante nello sviluppo del cancro, Bob era stato l’unico tanto zelante da affermare di esserci anche riuscito.

Nessuno prestò alcuna attenzione alla cosa, perché aveva dimostrato solo una relazione sporadica e molto debole tra gli anticorpí contro un innocuo retrovirus definito “Htlv 1” e un insolito tipo di tumore individuato principalmente su due delle isole meridionali del Giappone. Nonostante la sua mancanza di gloria come scienziato, Gallo era riuscito a scalare agevolmente le gerarchie, mentre Duesberg, nonostante le sue capacità, le aveva scese. Quando si cominciò a parlare di Aids, fu a Gallo che si rivolse Margaret Heckler quando il presidente Reagan decise che ne aveva abbastanza di tutti quegli omosessuali che manifestavano davanti alla Casa Bianca. La Heckler era il Ministro per l’Istruzione, la Sanità e il Welfare e quindi il capo supremo dell’“NIH”.

Bob Gallo aveva un campione di virus che Montagnier aveva trovato in un linfonodo di un arredatore gay parigino malato di Aids. Montagnier aveva spedito il campione a Gallo perché lo valutasse, e questi se ne era impossessato allo scopo di sfruttarlo per la propria carriera.

Margaret convocò una conferenza stampa e presentò il dottor Robert Gallo, che si sfilò lentamente gli occhiali da sole e annunciò alla stampa mondiale: “Signori, abbiamo trovato la causa dell’Aids.”. Tutto qui. Gallo e la Heckler annunciarono che entro un paio di anni sarebbero stati disponibili un vaccino e una terapia. Eravamo nel 1984. Tutti gli ex cacciatori di virus del “National Cancer Institute” cambiarono le targhette sulla porta dei loro laboratori e diventarono esperti di Aids, Reagan, stanziò all’incirca un miliardo di dollari, tanto per cominciare, e da un momento all’altro chiunque potesse rivendicare una specializzazione medico-scientifica di qualche genere, e si fosse trovato senza molto da fare fino a quel momento, trovò un impiego a tempo pieno. Che mantiene tutt’oggi.

Il nome “Human Immunodeficiency Virus” fu creato da un comitato internazionale, nel tentativo di risolvere la disputa tra Gallo e Montagnier, che avevano dato al virus nomi diversi. Fu una prova di scarsa lungimiranza, e un errore che vanificò qualsiasi tentativo di indagare sulla relazione causale tra la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids) e il virus dell’immunodeficienza umana.

Duesberg, intervenendo dalle retrovie, sottolineò saggiamente sugli Atti della “National Academy of Science” che non c’erano prove attendibili sul coinvolgimento del nuovo virus. Ma fu completamente ignorato, i suoi articoli furono rifiutati, e comitati composti da suoi colleghi cominciarono a mettere in dubbio che fosse necessario continuare a finanziare le sue ricerche. Alla fine, con quello che deve essere considerato un gesto di incredibile arroganza e disprezzo nei confronti della correttezza scientifica, un comitato di cui faceva parte Flossie Wong-Staal, che ormai era schierata apertamente contro Duesberg, decise di non rinnovare a Peter il “Distinguished Investigator Award”, escludendolo così dai fondi destinati alla ricerca. In questo modo, Duesberg era meno pericoloso per il crescente establishment Aids: non sarebbe più stato invitato a intervenire a convegni organizzati dai suoi ex colleghi.

Conviviamo con un numero incommensurabile di retrovirus. Sono dappertutto, e probabilmente sono vecchi almeno quanto la razza umana: fanno parte del nostro genoma. Ne riceviamo alcuni dalle nostre madri, sotto forma di nuovi virus, particelle virali infettive che migrano dalla madre al feto. Altri da entrambi i nostri genitori, insieme ai geni. Alcune delle sequenze del nostro genoma sono fatte di retrovirus.

Il che significa che possiamo produrre, e in alcuni casi produciamo effettivamente, le nostre particelle retrovirali. Alcune di loro possono somigliare all’Hiv, ma nessuno ha dimostrato che abbiano mai ucciso qualcuno.

Ci deve essere una ragione che giustifichi la loro esistenza: una porzione quantificabile del nostro genoma contiene sequenze retrovirali umane endogene. C’è chi sostiene che alcune porzioni di DNA sono inutili, ma ha torto. Se nei nostri geni c’è qualcosa, ci deve essere una ragione. Il nostro organismo non permette che si sviluppino elementi inutili. Ho cercato di inserire sequenze geniche irrilevanti in organismi semplicissimi come i batteri, ma se non hanno ragion d’essere gli organismi se ne liberano. E voglio sperare che il mio corpo, quando si tratta di DNA, sia intelligente almeno quanto un batterio.

L’Hiv non è saltato fuori all’improvviso dalla foresta pluviale o da Haiti. E’ semplicemente finito nelle mani di Bob Gallo, nel momento in cui lui aveva bisogno di una nuova carriera. Ma stava lì da sempre: nel momento in cui si smette di cercarlo solo per le strade delle grandi città, ci si accorge che l’Hiv è sporadicamente distribuito ovunque.

Se l’Hiv fosse stato lì da sempre, e fosse trasmissibile da madre a figlio, non avrebbe senso cercare gli anticorpi nell’organismo della madre di chiunque risulti Hiv-positivo, specialmente se l’individuo non mostra segni di malattia?

Immaginatevi un ragazzo nel cuore degli Stati Uniti, il cui sogno è arruolarsi in aviazione dopo la laurea e fare il pilota. Non ha mai usato droghe, e per tutto il liceo ha avuto la stessa fidanzatina, con la quale ha tutte le intenzioni di sposarsi. A insaputa sua, e di chiunque altro, ha anche degli anticorpi per l’Hiv, che ha ereditato dalla madre, tuttora viva, quando era nel suo ventre. E’ un ragazzo sano, e la cosa non gli ha mai creato alcun problema, ma quando l’aviazione lo sottopone al test di routine per l’Hiv le sue speranze e i suoi sogni crollano. Non solo la sua richiesta di arruolamento viene respinta: sulla sua testa pesa anche una sentenza di morte.

Il “Cdc” ha definito l’Aids come una tra più di trenta malattie connesse a un risultato positivo al test per individuare gli anticorpi per l’Hiv. Ma queste stesse malattie non vengono definite Aids, se non si individuano gli anticorpi.

Se una donna Hiv-positiva sviluppa un tumore all’utero, ad esempio, la si considera malata di Aids. Un Hiv-positivo con la tubercolosi ha l’Aids, mentre se risulta negativo al test ha solo la tubercolosi. Se vive in Kenya o in Colombia dove il test per l’Hiv è troppo costoso, ci si limita a presumere che abbia gli anticorpi, e quindi l’Aids. In questo modo può essere curato in una clinica dell’“OMS”, che in alcuni posti è l’unica forma di assistenza medica disponibile. E’ gratuita, dato che i Paesi che finanziano l’“OMS” hanno paura dell’Aids. Se lo consideriamo come un’opportunità per diffondere l’assistenza medica nelle aree dove vive povera gente, l’Aids è stato una fortuna. Non li avveleniamo con l’“Azt” come facciamo con i nostri concittadini, perché costerebbe troppo. Forniamo loro le cure per una ferita da machete sul ginocchio sinistro, e la chiamiamo Aids.

Il “Cdc” continua ad aggiungere nuove malattie alla definizione generale dell’Aids: praticamente hanno manipolato le statistiche per far sì che la malattia appaia in continua diffusione.

Nel 1993, ad esempio, il “Cdc” ha enormemente allargato la definizione di Aids. Una scelta gradita alle autorità locali, che grazie al “Ryan White Act” (una legge approvata nel 1990 che garantisce assistenza ai malati di Aids, N.d.T.) ricevono dallo Stato 2500 dollari all’anno per ogni caso di Aids segnalato. Nel 1634 Galileo fu condannato a trascorrere gli ultimi otto anni della sua vita agli arresti domiciliari per avere scritto che la terra non è il centro dell’universo ma, al contrario, ruota attorno al sole. Fu accusato di eresia, perché sosteneva che un dato scientifico non dovrebbe avere niente a che vedere con la fede.

Tra qualche anno, il fatto che noi abbiamo accettato la teoria secondo la quale l’Aids sarebbe causata dall’Hiv sembrerà una sciocchezza, come a noi sembrano sciocche le autorità che hanno scomunicato Galileo.

La scienza, così come è praticata oggi nel mondo, ha ben poco di scientifico. E ciò che la gente chiama “Scienza”, probabilmente, non è molto diverso da quello che veniva chiamato Scienza nel 1634. A Galileo fu chiesto di ritrattare le sue convinzioni, altrimenti sarebbe stato scomunicato. E chi rifiuta di accettare i comandamenti imposti dall’establishment dell’Aids si sente dire più o meno la stessa cosa: “Se non accetti il nostro punto di vista, sei fuori.”.

E’ una delusione vedere come tanti scienziati si siano rifiutati nel modo piu’ assoluto di esaminare in modo obiettivo e spassionato i dati disponibili. Varie autorevoli riviste scientifiche hanno rifiutato di pubblicare una dichiarazione con cui il “Gruppo per la Rivalutazione Scientifica dell’Ipotesi Hiv/Aids” si limitava a chiedere “un’attenta verifica degli elementi disponibili a favore o contro questa ipotesi”.

Affrontai pubblicamente questo tema per la prima volta a San Diego, nel corso di un convegno dell’“American Association for Clinical Chemists”. Sapevo che mi sarei trovato tra amici, e dedicai all’Aids una piccola parte di un lungo intervento, non più di un quarto d’ora. Dissi come la mia incapacità di trovare una qualsiasi prova avesse stuzzicato la mia curiosità.

Più ne sapevo, più diventavo esplicito. Non potevo rimanere in silenzio: ero uno scienziato responsabile, ed ero convinto che ci fossero persone che venivano uccise da farmaci inutili. Le risposte che ricevevo dai miei colleghi variavano da una blanda accettazione a un esplicito astio. Quando fui invitato a Toledo dalla “European Federation of Clinical Investigation”, per parlare della “PCR”, dissi loro che avrei preferito parlare dell’Hiv e dell’Aids. Non credo che, quando accettarono, avessero capito esattamente in che cosa si stavano cacciando.

Ero arrivato a metà del mio intervento quando il Presidente della società mi interruppe bruscamente, suggerendomi di rispondere alle domande del pubblico. Il suo atteggiamento mi sembrò molto sgarbato, e assolutamente inappropriato, ma, che diavolo, avrei risposto alle domande. Lui aprì il dibattito, e poi decise che avrebbe posto la prima domanda personalmente. Mi rendevo conto che mi stavo comportando da irresponsabile? Che la gente che mi sentiva parlare avrebbe potuto smettere di usare profilattici? Risposi che le statistiche, piuttosto attendibili, prodotte dal “Cdc” mostravano che, almeno negli Stati Uniti, i casi di tutte le malattie veneree conosciute erano in aumento, il che dimostrava che la gente non usava i profilattici, mentre i casi di Aids, attenendosi alla definizione originaria della malattia, erano in diminuzione. E quindi, no, non ritenevo di essere un irresponsabile. Il Presidente decise che poteva bastare, e interruppe bruscamente l’incontro.

Quando affronto questo argomento, la domanda che mi viene posta è sempre la stessa: “Se non e’ l’Hiv a provocare l’Aids, allora che cos’è?”. La risposta è che non so rispondere a questa domanda, più di quanto sappiano farlo Gallo o Montagnier. Il fatto che io sappia che non c’è alcuna prova che l’Hiv provochi l’Aids non fa di me un’autorità sulle cause reali della malattia.

E’ indiscutibile che, se una persona ha contatti molto intimi con un gran numero di individui, il suo sistema immunitario è destinato a entrare in contatto con un gran numero di agenti infettivi. Se una persona ha trecento contatti sessuali all’anno – con persone che a loro volta hanno trecento contatti sessuali all’anno – questo significa che ha novantamila possibilità in più di contrarre un infezione rispetto a una persona che ha una relazione monogamica.

Pensate al sistema immunitario come a un cammello: se lo caricate troppo, stramazza. Negli anni Settanta c’era un numero rilevante di uomini che si spostavano di frequente e avevano uno stile di vita promiscuo, condividendo fluidi corporei, droghe e una vita spericolata.

E’ probabile che un omosessuale che viveva in una grande città fosse esposto praticamente a qualsiasi agente infettivo che avesse mai vissuto su un organismo umano. In effetti, se uno dovesse organizzare un piano per raccogliere tutti gli agenti infettivi esistenti sul pianeta, potrebbe costruire dei bagni turchi e invitare gente molto socievole a frequentarli. Il sistema immunitario reagirebbe, ma sarebbe stroncato dal numero degli avversari.

Il problema scientifico si mescola con quello morale. Ma quello che sto dicendo non ha niente a che vedere con la morale. Non parlo di “punizione divina” o di altre assurdità. Un segmento della nostra società stava sperimentando uno stile di vita, e le cose non sono andate come previsto. Si sono ammalati. Un altro segmento della nostra società così pluralista, chiamiamoli medici/scienziati reduci della guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti, hanno scoperto che funzionava.

Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro “BMW” nuove con i nostri soldi.” [1].

 

Note e fonti:
[1] “Ballando nudi nel campo della mente”, di Kary B. Mullis, Baldini and Castoldi, Milano, 2000, 180-192

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