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L’Olocausto Dimenticato dei Nativi Americani

L’Olocausto Dimenticato dei Nativi Americani
gennaio 28
12:00 2016

Sullo sterminio dei popoli nativi delle Americhe e sulla totale distruzione delle loro culture aleggia, ormai da secoli, un silenzio tombale. Lo sterminio di tutte le etnie “indie”, ovvero dei Nativi Americani, nel Nord America così come nell’America Centrale e nel Sud America, è il più immane e devastante olocausto di tutti i tempi operato per mano degli Occidentali. L’olocausto dei nativi americani non fu solo lo sterminio di milioni di persone, fu qualcosa di più profondo. Fu, oltre l’eccidio, anche la totale distruzione delle loro culture, portate alla completa scomparsa.

Essi popolavano l’intero continente americano, dalle gelide lande dell’Alaska fino alla punta meridionale del continente, la Terra del fuoco. Gli habitat erano i più diversi. Zone di freddo quasi polare. Pianure sterminate e fertili. Vasti altipiani (le mesas del Sud Ovest statunitense). Foreste equatoriali e pluviali. Le vertiginose cime delle Ande. Le steppe. Di nuovo, laggiù nella Terra del fuoco, gelide terre in prossimità dell’Antartico.

L’immane olocausto che ebbe luogo in quel continente nel corso di quasi quattro secoli non è mai stato pienamente riconosciuto nella Storia e nella coscienza dell’Occidente, e quindi mai espiato in alcun modo, a differenza di quanto accaduto per l’olocausto degli ebrei.

Le fonti più attendibili attestano che prima dell’arrivo degli europei circa 8 milioni di indiani occupavano l’America del Nord. Nel 1692, non restavano già più di 4 milioni e mezzo d’indigeni. Oggi gli indiani sopravvissuti sono meno di 50mila. All’arrivo dei primi coloni gli indiani fecero l’errore di mostrarsi piuttosto accoglienti. Quando gli immigrati furono abbastanza numerosi, cominciarono a premere sui territori dei nativi americani per strappar loro la terra.

E’ il via ad un genocidio mostruoso, costellato di continue stragi e massacri di villaggi, operato con una pianificazione scientifica: affamare gli indiani, facendo tabula rasa delle mandrie di bisonti, e spingerli nelle zone più invivibili per farli morire di stenti e malattie continuando, al tempo stesso, ad attaccarli. Inzia così l’epoca delle riserve, che ben presto diventano autentici campi di sterminio, aree incolte, malsane e povere di mezzi di sostentamento.

Migliaia di indiani, poi, vengono spostati da una riserva all’altra, apparentemente senza motivo: marce forzate su tragitti lunghissimi, in realtà studiate apposta per decimare la popolazione. Nelle riserve, veniva attuata la soluzione finale: impossibilitati a procurarsi il cibo con la caccia, come loro costume, gli indiani sono costretti a nutrirsi con alimenti avariati che non possono più essere venduti sul mercato dei coloni.

Agli indiani vengono fornite coperture infettate coi microbi del vaiolo e della tubercolosi e queste malattie, nel giro di pochi anni, completano lo sterminio. Il ricorso all’uso del vaiolo appare già in un rapporto al generale Amherst, datato 13 luglio 1763, in cui il colonnello Henry Bouquet relaziona al suo superiore circa l’uso di coperte infettate da malati per contagiare gli indiani. Questa tecnica è poi stata usata con gran successo nelle riserve, per affrettare la risoluzione della “questione indiana”. Dai lager, presto ridotti a grandi lebbrosari, si poteva uscire solo morti: ogni rivolta, ogni tentativo di fuga venne repressa con inaudita ferocia. Così scomparve il popolo delle grandi praterie, vittima dell’immigrazione e, oggi, dei vuoti di memoria dei media di regime.

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Tratto da: freeondarevolution.blogspot.it

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