Crea sito

Controinformo

Perché il petrolio è crollato e la crisi è globale

Perché il petrolio è crollato e la crisi è globale
gennaio 25
14:00 2016

di Simone Rubino

Il primo tormentone dell’anno. Ad inizio gennaio se n’è abusato anche alla luce dell’oggettiva difficoltà di reperire news succulente, con la politica, polmone dello show, ancora ritirata in vacanza. Dopodiché, anche con la riapertura dei battenti comandata dall’Epifania, la notizia è rimasta in primo piano, laddove il mondo si è evidentemente accorto del problema e la situazione è precipitata. Niente di nuovo che non si sapesse, già negli anni scorsi gli analisti più attenti l’avevano in parte preannunciato, e i dati registrati lo scorso anno l’avevano evidentemente palesato. L’adopero delle statistiche, dei trend e delle aspettative è spesso un copione da addetti ai lavori, disinteressati dal farsi comprendere dall’uomo delle strada, anzi, il contrario, e anche una scorciatoia, diretta da uno spregiudicato copia e incolla, per non incorrere nella giornalistica “bucata” (notizia non data, ndr). Il down del prezzo del petrolio, il crollo della materia prima che fa girare il pianeta Terra, lo storico abbattimento del “muro” dei 30 dollari.

“Al cittadino medio l’economia e la finanza non interessano, e il borsino del petrolio lo chiama in causa nella misura in cui si illude, ogni volta, che il prezzo della benzina scenda”, questo il luogo comune che impera ai piani alti di un qualsiasi sistema di potere nostrano. L’esclusione della cittadinanza dalle cose della politica lo teorizzava, fra gli altri, il celeberrimo Joseph Alois Schumperter, quindi gli attori della modernità non stanno facendo altro che seguire questa sua indicazione, consegnando le chiavi di casa al mercato e lasciando la cittadinanza libera di occuparsi dei suoi affari privati, nei quali, sempre secondo l’economista austriaco, gli individui sono bravissimi. La foschia elitaria avvolge anche l’informazione, e il caso del petrolio è emblematico in rapporto all’incapacità e soprattutto alla volontà di spiegare, di far capire, a chiunque voglia, che cosa sta avvenendo, permettendo poi ad ognuno di trarre le proprie conclusioni.

Dal luglio 2014 le quotazioni del petrolio hanno perso il 70% del loro valore, un ribasso clamoroso. Da inizio anno il Brent del Mare di Londra, che è il riferimento mondiale del valore di mercato del cosiddetto “oro nero”, e il Wti di New York, che è invece il riferimento americano, hanno perso il 20%. È la moneta più forte che determina il cambio, difatti il petrolio è quotato in dollari nei listini globali, con la valuta della prima potenza mondiale, quella degli Stati Uniti d’America. Il teatro animato delle grandi banche è un elemento che non può non essere considerato. Nel 2008, la Goldman Sachs scommise che il petrolio sarebbe salito fino a più di 200 dollari. La sparata fece rumore ma la realtà testimoniò il contrario, e il paradosso è che il colosso bancario americano, oggi, annuncia che il petrolio scenderà fino a 20 dollari. In quest’ultima analisi non è isolata, perché anche Morgan Stanley, Citigroup e Bank of America ipotizzano lo stesso. Standar Chartered afferma che il crollo potrebbe giungere fino alla quotazione di 10 dollari al barile. La speculazione ribassista ha conquistato spazio e attenzione, con la complicità di molti, fra cui le banche. Nelle Borse c’è chi sottintende l’idea che non ci sia nulla da fare, che si debba attendere la “resa” degli speculatori. Sarà da vedere quale sarà il costo della presunta tregua.

Perché non è semplicemente un affare dei petrolieri. Perché le fluttuazioni del prezzo del petrolio hanno influenzato e ridisegnato il mondo moderno. La loro influenza si è rivelata fondamentale, nelle relazioni internazionali quanto nelle ristrutturazioni democratiche. Lo shock petrolifero del 1973 ha comportato un passaggio di paradigma nelle società dell’Occidente, dando il nome all’epoca in corso, che la scienza politica definisce postdemocrazia. La crisi degli anni ’70 ha, successivamente, dato nuovo rilievo al Medio Oriente come terra di conquista, ha lanciato sulla scena Ronald Reagan e Margaret Tatcher, ha fatto implodere l’Unione Sovietica, ha comportato l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, ha fatto esplodere la guerra civile in Algeria, eccetera. La crisi del 1985-86, legata alla sovrapproduzione di greggio ad opera dell’Arabia Saudita, e del 2008-09, determinata dal crollo della domanda di petrolio alla luce della global crisis, hanno probabilmente rappresentato segnali con una qualche valenza. Non avranno costituito pietre miliari di fine Novecento ma, oggi, sembrano l’anticipo di una tendenza che ritroviamo oggigiorno, con una vertiginosa sovrapproduzione e una brusca diminuzione della domanda.

Non si creda alla storiella che incolpa l’Iran della bufera. Le invettive contro l’eliminazione delle sanzioni dell’Occidente contro il Paese persiano, dopo l’accordo raggiunto sul nucleare con il gruppo del 5+1 (Stati Uniti, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, cioè i Paesi che hanno diritto di veto all’Onu, più la Germania), che permette all’Iran di tornare sul mercato, anche in quello del petrolio, sono un pretesto orchestrato dall’Arabia Saudita, con la complicità dello Stato di Israele, che non vuole un Iran forte vicino casa. Il cartello economico dell’Opec, che raggruppa molti Paesi esportatori di petrolio, ancor prima del ritorno del Paese guidato dall’ayatollah Ali Khamenei e dalla rottura delle relazioni diplomatiche fra Iran e Arabia Saudita, ha perseguito la strada del rifiuto del taglio della produzione petrolifera per sostenere i prezzi. L’Arabia Saudita pensa così di spiazzare i produttori fuori dal cartello, innanzitutto gli Stati Uniti d’America, suoi alleati ma fino ad un certo punto, e di svantaggiare l’Iran, che, dopo anni di blocco economico, vorrebbe arrivare, entro metà anno, a produrre 500mila barili di petrolio al giorno. Emitari Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita, il trio più forte dentro l’Opec, hanno però fatto sapere, tramite il ministro emiratino Suhail al-Mazrouei, che l’attuale strategia «sta funzionando». La giocata è tutta politica, non economica. L’Arabia Saudita la sta pagando a caro prezzo: il costo della guerra del petrolio sta comportando una crisi pesantissima per i Paesi del Golfo, che oggi, probabilmente per la prima volta, sono incredibilmente obbligati a fare i conti con riforme economiche, tagli alla spesa sociale e imposizione di austerity.

Il crollo del petrolio non abita solo il Golfo Persico, è determinato anche da un fragoroso rallentamento economico della Cina, che viaggia sempre a ritmi sostenuti ma che ha registrato una crescita più debole nello scorso mese di dicembre nel settore fondamentale dei servizi, il che ha comportato una minore domanda di petrolio da parte della Cina, che è il più grande importatore al mondo. Si sono incrociati due effetti nel prezzare il petrolio: la crisi del Paese d’Oriente, quindi la diminuzione della domanda, e l’eccesso di offerta, comandato dalla sovrapproduzione. Un intrigo globale, che però alcuni esperti tendono a ridimensionare, ricordando quanto la velocità dello sviluppo della Cina sia comunque galoppante e il governo comunista si è impegnato a raggiungere una crescita economica del 6,5% entro il 2020.

L’ultimo dettaglio riguarda ancora il dollaro, moneta dominante sui mercati, che ha avuto un inizio di anno molto buono, dopo il possente rialzo registrato nel 2015. Un dollaro forte non conviene agli acquirenti esteri di petrolio e di tutte le altre materie prime, che infatti tendono a comprarne meno, il che mette nei guai i Paesi cosiddetti “emergenti” (Brasile e Russia in primis), penalizza gli attori istituzionali e imprenditoriali fortemente indebitati in dollari dopo il crollo dei tassi americani, e agita lo spauracchio, tutto ancora da decifrare, dell’endemico contagio della crisi anche ai Paesi europei. Insomma, qualche interrogativo vale la pena farselo, anche sul petrolio.

Fonte: www.nuovasocieta.it

Autore

Controinformo

Controinformo

Articoli correlati

Controinformo sui Social Network